La Voce del Mondo

s t o r i e, r i c o r d i
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Sono arrivata in Italia nel febbraio del 1999 con il visto turistico per sette giorni, perciò dopo una settimana ero già clandestina. In due anni ho cambiato tre lavori (tre famiglie). Nell’ultima assistevo una signora anziana che con la testa non ragionava più. Tramite le mie amiche avevo saputo dell’esistenza dei “flussi”. Così ho parlato con la nipote della signora, chiedendo per favore di fare le pratiche -ero anche disposta a pagare tutte le spese- ma non mi volevano aiutare. Era il 2001, da due anni non vedevo mia figlia (che da due anni non voleva parlarmi al telefono) e la famiglia: perciò sono partita per l’Ucraina, anche se con qualche piccolo problema. La nipote della signora ha preso un’altra persona per assistere sua zia ma, quando sono tornata in Italia dopo sei mesi, subito ho ricevuto una sua telefonata con la richiesta di ritornare da loro e mille promesse di aiuto per i miei documenti. Non ero offesa con loro, ma non volevo ritornare, perché dovevo stare in campagna, chiusa tutto il giorno in casa con l’anziana, lontana dalle mie amiche. Ho trovato così un altro lavoro e nel settembre del 2001, per mia fortuna, è uscita la sanatoria. Tutto è diventato più semplice, perché in quel caso non dovevo ritornare in Ucraina, come nel caso dei flussi. Tutte le pratiche si facevano in Italia e io ho potuto presentare la domanda per ottenere il permesso di soggiorno. Soltanto che poi ho dovuto aspettare la risposta un anno e tre mesi e mi è sembrata un’eternità, perché la signora anziana che accudivo era molto cattiva, molto avara, non mi dava quasi da mangiare e mi faceva lavorare tantissimo. Appena ho ricevuto il permesso di soggiorno sono praticamente scappata e, con la scusa che mia mamma non stava tanto bene, sono partita per l’Ucraina. Valentina - Ucraina
Durante le ultime giornate di freddo intenso ho sovente pensato ai miei connazionali che abitano nella regione andina del Perù. Arrivando a casa mia, mentre mi mettevo al riparo dal freddo e mi riscaldavo, tante volte mi sono chiesta come fanno loro ad affrontare i 2 o 3 gradi di temperatura se non possono contare sui servizi di riscaldamento. Sicuramente cercano tutte le soluzioni naturali possibili per avere un po’ di caldo: usano la legna, si mettono parecchi maglioni di lana, lana di alpaca, si coprono con il “ poncho”, riscaldano l’acqua ecc. Ricordo che alcuni anni fa la temperatura si era abbassata tanto,a meno di 0 gradi: è stata una gelida notte che tanti non hanno sopportato e sono morti, soprattutto bambini e anziani. Sono morti anche gli animali, che erano il loro sostegno alimentare. Da allora non è che sia cambiato molto, e io mi domando perché le cose non cambiano se le risorse ci sono, eccome! COSA FA LA DIFFERENZA tra un paese sviluppato e uno non sviluppato? Nel mio paese trovo una grande contraddizione perché, per esempio, non c’è riscaldamento, eppure abbiamo una fonte enorme di gas a Camisea, Cuzco. Il livello di povertà è ancora forte, eppure ogni giorno, fate attenzione, ogni giorno si estraggono quantità enormi d’oro,argento, rame ecc., pari a quelle che paesi vicini estraggono in un mese. La terra del mio paese è ricca: la patata, essendo originaria del Perù, ne abbiamo più di mille varietà, abbiamo cereali, frutta in abbondanza e altre ricche risorse. Quando ero alle elementari la maestra ci raccontava con orgoglio che eravamo il primo produttore al mondo di farina di pesce e zucchero (che poi è calato enormemente), ma sono passati gli anni e tutto resta uguale: il modo di sfidare l’intenso freddo, il modo di cucinare, di vivere... Ovviamente mi riferisco alla zona interna, andina, perché nella capitale le cose in parte sono cambiate. Sento dire per esempio da parenti o amici che tornano da là che il consumismo aumenta in modo galoppante, le case hanno ceduto il passo agli alti palazzi, circolano moderne macchine, i nuovi supermercati sono sempre affollati, lo stesso succede nei ristoranti. Per chi va nella capitale e resta lì, il progresso è palese ma questa è una limitata percezione, io penso all’ 80% restante. Il mio paese è ricco,sempre è stato così, basta cercare nel dizionario la parola Perù e troverete il significato: questo mi rallegra molto, ma al tempo stesso mi rattristo riconoscendo che le parole dette da uno scienziato italiano, Antonio Raimondi (1847) sono ancora attuali: ”Il Perù è un uomo povero seduto su un banco d’oro”.
Allora COSA FA LA DIFFERENZA
tra un paese sviluppato e uno non sviluppato? Le risorse naturali? Abbiamo
appena visto che non è quello. Sarà l’antichità del paese? Conosciamo
parecchi paesi dal lunghissimo passato che sono ancora indietro, invece
altri più giovani mostrano un grande sviluppo economico. Non è la
razza,neppure la religione . Una volta ho letto un articolo che cercava di
dare una spiegazione e l’ho trovata plausibile, degna di condivisione.
Diceva che quello CHE FA LA DIFFERENZA è L’ATTITUDINE. Alcune ricerche
sostengono che il maggior numero di persone di un paese sviluppato hanno
alcune regole che invece non si trovano nelle persone di un paese non
sviluppato, cioè i paesi poveri, poco sviluppati, non escono dalla loro
condizione per la mancanza di attitudine verso queste regole.
l . L’etica come principio
base Seguendo queste regole si rafforzerebbe la motivazione per raggiungere ogni meta e soprattutto si cambierebbe lo stile di vita, l’attitudine di ogni persona. Perché se aspettiamo che il governo risolva i nostri problemi aspetteremo tutta la vita. Elsa Villamonte Ciuffardi - Perù
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dal Nord e dal Sud Mio fratello ha fatto la domanda da un signore nel 2006 e sono arrivata senza problemi nel 2007. Mi sono trovata bene a Genova, trattata come una figlia. Ho fatto anche i documenti: tutto a posto. Nel 2008 mi hanno dato il permesso di soggiorno: tranquilla per due anni. Ora ho già fatto il rinnovo e me l’hanno dato per tre anni. Non ho trovato problemi in Italia, solo la lingua. Però so il francese. Ashna - Marocco
Era la terza volta che tornavo in Italia, i voli erano sempre stati piacevoli, ma l’ultimo è stato diverso, agitato, direi pieno di ansia. Ho avuto perfino paura perché, attraversando l’Atlantico, ci ha preso una tormenta e la notte l’ho passata in bianco dondolandomi con le scosse dell’aereo. Per di più io non avevo ancora “esaurito” l’agitazione per quello che mi era successo il giorno prima: ora ve lo racconto. L’itinerario era Lima – Caracas - Milano.
Quando siamo atterrati a Caracas, un uomo ad alta voce ci ha detto: “Tutti i passeggeri che vanno a Milano vengano di qua. Veloce, fate veloce!”. Eravamo una trentina, tra adulti, bambini, anziani, abbiamo seguito quell uomo, tutti agitati, tutti di corsa, tutti veloci, ma quando siamo arrivati allo sportello per fare il check in… plup! tutto era chiuso, non c’era nessuno, non c‘era più nulla da fare. I nostri attoniti sguardi si sono concentrati attraverso le grandi vetrate sul nostro aereo pronto a partire. Dopo alcuni secondi la gente ha iniziato a lamentarsi, a chiedere spiegazioni, e quell’ uomo ha cercato di calmarci dicendo che dopo un’ora sarebbe partito un altro aereo per Milano. Però subito è stato smentito da un passeggero italiano che gli orari di volo li conosceva bene. Alla fine ci hanno portato in un albergo lontano dall’aeroporto, un’ora, un’ ora e mezza in autobus. L’impiegato ci ha promesso che il giorno dopo sarebbe stato tutto a posto, che i nostri posti erano riservati e saremmo partiti con tutta sicurezza. Ma, quando siamo arrivati all’aeroporto, nessuno ci dava spiegazioni, non sapevano niente, e non c’era nessuna traccia di quell’uomo. Le ore passavano, l’ansia ci invadeva, dopo 3 ore appare il suddetto, ci chiede i nostri passaporti e sparisce… Sono passate ancora delle ore, il nostro gruppo si è disperso, il check in era già in corso. Ho riconosciuto nella fila alcuni dei miei compagni, gli ho chiesto come avevano fatto e mi hanno detto che dovevo cercare quell’uomo e chiedergli i miei documenti. Ma dov’era quel benedetto? dove lo potevo trovare se nessuno dell’ufficio sapeva niente? L’ora di chiusura dello sportello si approssimava, in quel momento mi sono sentita sola come se fossi stata su un’isola senza poter essere aiutata da nessuno… ma, quando mancavano ormai 10 minuti circa alla chiusura assoluta, appare il pilota italiano! Era un bell’uomo, alto, impeccabile, sicuro e, cosa inusuale, direi, in questi professionisti, trasmetteva cordialità, gentilezza. Perciò mi sono avvicinata e gli ho raccontato il mio disagio. Mancavano 5 minuti alla chiusura e le signorine degli sportelli non potevano fare niente perché è automatica, il pilota gli ha chiesto di andare a cercare quel tizio e chiedergli il mio passaporto. Credo che sia stato chiamato all’altoparlante perché lo vedo arrivare di corsa. Mancavano due minuti alla chiusura, mi è sembrato di essere in un film in cui due si incontrano di corsa uno verso l’altro e in mezzo… il mio passaporto! La signorina ha messo i miei dati e subito dopo si è chiusa la connessione. Ero incredula, non avevo parole per ringraziare il pilota e appena mi è uscito un timido “grazie”. Lui , che ha capito la mia emozione, mi ha detto: “Adesso vada tranquilla”. Non so come si chiama, se lo rivedessi non credo che lo riconoscerei, ma di una cosa sono certa: che lui è un italiano che non dimenticherò mai! Elsa Villamonte Ciuffardi - Perù
Sono una donna piena di colori: nella mia anima abitano gli alberi verdi, i fiumi, il cielo, i fiori, gli animali e una piccola bambina che vive, gioca e sempre dipinge, e io faccio libri con i suoi dipinti: perciò sono illustratrice di libri per bambini. Mi sono laureata in grafica e specializzata in illustrazione all’università di Teheran. Ho fatto le illustrazioni per più di trenta libri in Iran e in altri Paesi, come Italia, Francia, Sud Africa,ecc. Ho partecipato a tante fiere internazionali e ho vinto premi. Le mie illustrazioni sono state selezionate alla Fiera del libro di Bologna nel 2008 e quest’anno. Ero art director di una rivista iraniana e mio marito, che è ingegnere, lavorava nel comune di Teheran. Lavoravamo e vivevamo bene. Ma c’è un problema grande per la gente: non c’è libertà, ci sono tante nuvole grigie e nere nel cielo dell’Iran. Ci sono tante leggi fanatiche che influenzano la vita della gente, che non può respirare e vivere. Perciò la piccola bambina che vive nella mia anima non poteva ridere. Quattro anni fa ho partecipato, come ho detto, alla Fiera di Bologna. Ci hanno invitato per quattro giorni, e noi abbiamo deciso di rimanere in Italia. Avevamo due settimane per decidere e raccogliere le nostre cose. Quando sono arrivata in Italia, pensavo che avremmo lavorato. Credevo che avrei nuotato nell’oceano grande dell’arte e avrei scoperto tante cose nuove. Pensavo che la piccola bambina che vive nella mia anima sarebbe stata felice. Pensavo di fare una vita bella e semplice. L’Italia è bellissima, piena di alberi, di fiumi e di tutte le cose che mi piacciono e vivono con me. Quattro anni sono passati. Oggi ci sono tanti ricordi belli e brutti nella mia mente. Ci sono tanti eventi duri e piacevoli. L’immigrazione non è facile. Adesso mi sembra di non aver trovato la strada giusta per rimanere e stiamo decidendo di tornare al nostro Paese. Volevamo fare una vita bella e semplice, dormire sull’erba, camminare sui prati, nuotare nel mare, far muovere i miei capelli nel vento, odorare un caffè, bere un bicchiere di vino. La piccola bambina che vive nella mia anima piange e mi chiede: “Dove potremo trovare una vita bella e semplice?” Fereshteh
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In questa sezione Permesso di soggiorno Una persona che non dimenticherò mai di Elsa di vari Autori di Fereshteh
C’è una persona che non dimenticherò mai, perché mi ha resa molto felice. Mi ha aiutata. In queste vacanze siamo stati insieme in Venezuela. Lui è una persona molto dolce, gli piace lavorare e imparare altre lingue. Tutti i giorni mi dice che devo imparare l’italiano, che devo studiare. Mi dà forza quando sento che non ce la faccio più. Mi dà consigli, perché lui dice che non è facile la vita qua. Per tutto questo non dimenticherò mai Giovanni. Sorreidis - Venezuela
Riesci a immaginare un progetto di vita nel tuo Paese d’origine?
Fino a due anni fa io pensavo
di tornare nel mio Paese, prima o poi. Racconto in due parole: dieci anni fa
ho deciso di venire in Italia per guadagnare un po’ di soldi per potermi
comprare una casa. Era sempre stato il mio sogno:comprare la casa e avere
una vita indipendente. Dieci anni fa avevo vent’otto anni: ancora giovane,
volitiva, forte e coraggiosa. Svetlana - Ucraina
In verità no, non penso di
ritornare al mio Paese d’origine. Primo, perché ho mia figlia qui con me.
Lei ha fatto un corso e adesso lavora, è in regola con i documenti e poi è
innamorata: da sette anni è con un ragazzo italiano. Ormai lei non torna, ed
essendo lei qui, credo che devo esserle vicina, perché noi siamo da sole in
Italia. Jacqueline - Ecuador
Quando sono arrivata in
Italia, io pensavo di lavorare, guadagnare dei soldi e tornare a casa mia.
Ma sono passati sette anni e adesso ho capito che vorrei stare in Italia,
perché mi piacciono la gente, la natura, il mare, il clima. In Italia posso
lavorare, guadagnare dei soldi. Se tornerò in Bielorussia non troverò
lavoro, perché sono in pensione. La mia pensione è di novanta euro al mese e
non posso vivere con quei soldi. Ho due figlie, non sono sposate e io vorrei
aiutarle a vivere meglio. Natallia – Bielorussia
La mia vita è un po’
complicata perché non riesco a scegliere dove posso costruirmi un futuro. Lourdes - Bolivia
Riesci a immaginare un
progetto di vita nel mio Paese d’origine? forse… E dico forse, perché sarei
bugiarda se dicessi che non mi piacerebbe tornare a casa! Ma per ora mi
trovo bene in Italia, sono ancora molto giovane, mi sento fortunata ad avere
un lavoro e, finché ce l’avrò, lavorerò. Rebeca - Ecuador
Sarebbe bello che tutti i nostri sogni e progetti si realizzassero in futuro! Anch’io ho un sogno. Non lo so quando, ma un giorno certamente tornerò nel mio Paese. Costruirò una casa grande, forse anche una villa -perché no?- con un giardino pieno di fiori e alberi di varie specie. Una casa per tutta la mia famiglia, dove potrei vivere con le mie nipotine e con i miei figli. Vorrei festeggiare con le mie sorelle e i parenti tutti le nostre feste russe che sono molto care al mio cuore. Valentina - Russia
La vita è breve. Ma la notte
sogno che, quando tornerò in Bulgaria, potrò unire la mia famiglia, adesso
strappata: una figlia in Francia e l’altra a casa. Mi mancano tanto, però
sono più utile qui per il momento. Veneta - Bulgaria
Il mio progetto di vita in
Ecuador è aprire un negozio di pasticceria in famiglia, in un posto
centrale, dove posso riuscire a vendere molto e a guadagnare bene, creando
dolci, pasticcini, torte con nostre ricette originali. Erika - Ecuador
Mi immagino che un giorno, quando tornerò nel mio Paese, avrò abbastanza soldi per comprare una piccola casetta con un giardino e tanti animali. Sarò felice anche se un giorno diventerò nonna. Velichka - Bulgaria
Sempre, da quando ero piccola, mi è piaciuto il mare. Nella mia città c’è un mare molto bello, quindi mi piacerebbe andarmene a Malaga con il mio compagno, abitare vicino al mare per poter fare delle belle passeggiate tutti i giorni sulla spiaggia, rimanere vicina ai miei figli, alla mia mamma, avere più tempo per me, per la mia famiglia, godermi le cose buone della vita, semplicemente. Sempre sperando di avere la salute, che è la cosa principale. Carmen - Spagna
Se potessi ritornare
definitivamente e avessi il sostegno economico, farei un’associazione per
aiutare gli anziani, in cui potessero avere assistenza sanitaria,
intrattenimento e soprattutto partecipazione sociale. Penso che sarebbe
molto bello poter trasmettere tutte quelle esperienze che ho acquisito nel
corso di questi anni, senza la pretesa di nessun profitto. Talia - Cuba
Fra un mese devo ritornare in
Ungheria per laurearmi. Spero che riuscirò a superare l’esame statale e poi
riceverò una laurea in giurisprudenza. Ma, dopo questo, sono proprio
indecisa su che cosa vorrei fare, su che tipo di lavoro dovrei cercare.
Inoltre l’altra domanda è: dove? Il mio fidanzato vive in Germania e lui
preferirebbe che anch’io abitassi là. Però il problema è che, siccome non
parlo tedesco, non so che tipo di lavoro potrei fare. Mi piace vivere anche
qua, in Italia, e vorrei usare l’italiano nel mio futuro lavoro. Zsofi - Ungheria |